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Le calcolatrici tascabili

Il senno di poi spesso confonde la nostra percezione del passato. Anche chi quel periodo lo ha vissuto pensa generalmente che l'età dell'informatizzazione sia cominciata negli anni Ottanta, con i Commodore, con l'introduzione dei primi computer della Apple e con il sistema Windows; in precedenza c'erano le mega-macchine da ufficio, grandi come intere stanze. In realtà l'informatica era entrata nelle vite di tutti già prima, con  apparecchiature apparentemente umili, a basso prezzo e diffusissime. Prendiamo ad esempio le calcolatrici elettroniche tascabili che si diffusero a partire dai primi anni Settanta.

L'idea di una macchina da calcolo è antica, risale addirittura al grande Blaise Pascal; la novità delle calcolatrici portatili, e in particolare di quelle manuali che vennero lanciate da aziende come l'americana Texas Instruments (1967) e poi delle vere e proprie tascabili costruite da aziende giapponesi stava

-nell'uso di circuiti integrati prestampati che venivano chiamati chips per analogia con le fiche da gioco o con le patatine fritte, oggetti piccoli di superficie quasi piatta, la cui potenza di calcolo, aveva previsto già nel 1965 Gordon Moore, andava raddoppiandosi ogni due anni: la cosiddette “legge di Moore” che ha accompagnato negli ultimi trent'anni lo sviluppo dei computer era già all'opera in questi apparecchi tanto più modesti

-nella miniaturizzazione, che accompagnò in quegli anni molti sviluppi tecnologici legati all'elettronica, inclusi gli apparecchi radio e i primi sensori

-nel costo che a partire dal 1973-74, con il modello della Sinclair (poche decine di sterline), cominciò a diventare accessibile non più solo alle aziende ma anche ai singoli, scendendo alla fine del decennio fino a qualche dollaro, qualche migliaio di lire, per calcolatrice.

Si poté così cominciare a parlare di “una calcolatrice per ogni tasca”, mentre le dimensioni si avvicinavano a quelle standard di una card, già familiare in particolare agli americani per il diffondersi delle carte di credito. Alla fine del decennio, un'ulteriore importante innovazione fu rappresentata dall'introduzione di un micro-pannello solare che permetteva l'alimentazione della calcolatrice direttamente alla luce, solare o artificiale. Il problema stava nel fatto che al buio o in luce scarsa o incerta la calcolatrice rischiava di non funzionare; il vantaggio, nel fatto che non c'era più bisogno di batterie da ricaricare (con il classico guaio per cui la batteria viene a mancare proprio quando c'è più bisogno dell'apparecchio) e che l'energia era a costo zero, oltre che nella possibilità di produrre calcolatrici “ultrapiatte”. L'uso di micropannelli solari per le calcolatrici fu anche uno dei canali attraverso i quali si diffuse la conoscenza, e la popolarità, di questa forma di energia, la prima in ordine di tempo delle “energie alternative”.

Si arrivò così allo sviluppo di calcolatrici di dimensioni ridottissime anche in altezza, inseribili direttamente nel portafogli, pronte per essere estratte appena necessario. Una dozzina o una quindicina di bottoni, un piccolo display a cristalli liquidi. Era il primo segnale di una rivoluzione micro-elettronica che stava cominciando: e forse a questo, alla novità che rappresentavano più che all'uso pratico che se ne faceva, si deve la straordinaria popolarità di questo gadget; che impensierì soprattutto gli insegnanti di matematica in quanto rendeva inutile anche ai bambini l'uso del calcolo manuale e mentale. 

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