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La lavatrice

Sul finire degli anni Cinquanta, alcune aziende italiane di elettrodomestici, la Candy, la Zanussi nota col marchio Rex, la Indesit, e varie altre che oggi molti neppure ricordano, proposero sul mercato dei nuovi modelli di lavatrice, che avrebbero avuto non solo in Italia un successo straordinario. La novità consisteva prima di tutto nel fatto che si trattava di lavatrici completamente automatiche, a differenza dei modelli precedenti che richiedevano un intervento manuale, in particolare nello strizzaggio dei panni. Inoltre, mentre in precedenza prevaleva il modello detto “a cestello”, con la vasca orizzontale nella quale i panni andavano introdotti dall'alto, le nuove lavatrici erano soprattutto “a tamburo”, la forma tuttora familiare con la vasca verticale nella quale i panni vanno introdotti dal davanti attraverso una finestra a oblò che, quando è in movimento, ci permette di vedere il bucato “che si fa”.

La lavatrice conquistò il mercato italiano nell'arco di una quindicina d'anni, diventando una presenza familiare in tutti gli strati sociali. La lavatrice italiana conquistò buona parte del mercato europeo, arrivando ben presto a trovare come uniche vere concorrenti le marche tedesche. Il motivo di questo successo internazionale è stato chiarito tempo fa da uno storico francese delle tecnologie, Yves Stourdzè: stava prima di tutto nella leggerezza. Uno dei segreti delle aziende italiane del settore stava nella scelta, su basi anche economiche, di produrre elettrodomestici di metallo sottile, spesso in lega: le lavatrici italiane erano quindi snelle, e stilisticamente eleganti, ma anche meglio adattabili a molti ambienti domestici di piccole dimensioni; i movimenti erano meno rumorosi e mettevano meno a rischio le pareti con cui erano a contatto.

Se chiediamo alle donne di almeno due generazioni (quelle nate tra gli anni Venti e gli anni Quaranta) quale sia la tecnologia che ha più contribuito a liberarle, è pressoché sicuro che risponderanno proprio la lavatrice. Per motivi molto concreti e insieme per motivi simbolici. In precedenza la lavatura della biancheria era un rito (settimanale bisettimanale o mensile a seconda dei mezzi) che la padrona di casa compiva da sola o con l'aiuto di una persona specializzata, la lavandaia: il bucato, messo da parte nei giorni o settimane successive, era fatto bollire in grandi recipienti con cenere e ammoniaca, più di recente con sapone. Con la lavatrice il bucato diventa possibile quando è necessario, ed è un lavoro assai più leggero, basta introdurre i panni e schiacciare dei bottoni: la scelta del programma in generale è avvertita non come un onere ma come un potere sulla macchina. Intendiamoci, la lavatrice (l'asciugatrice in Italia comincerà a essere usata diffusamente solo negli anni Novanta) elimina solo una parte del lavoro connesso ai panni: la stiratura resta un lavoro manuale, e faticoso. Ma è proprio il potere sulla macchina la novità: in un'epoca in cui ancora l'automobile era ancora appannaggio soprattutto maschile e giravano proverbi come “Donna al volante pericolo costante”, la lavatrice fu il primo meccanismo complesso completamente sottoposto al potere femminile.

Non è un caso, probabilmente, se la lavatrice che si impose in quel periodo era bianca: segnale naturalmente della pulizia che era il suo compito e la sua prerogativa, ma forse anche di un valore più sottile. A fine Ottocento un grande sociologo, Thorstein Veblen, aveva notato che le donne della “classe agiata” come lui la definiva, cioè dei ceti più elevati, vestiva prevalentemente di bianco per sottolineare la loro distanza dalle fatiche manuali. Con la lavatrice il bianco, e il diritto di liberarsi dalle peggiori fatiche, diventa (almeno simbolicamente) prerogativa un po' di tutte le donne. 

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