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Il discorso di Kruscev contro Stalin

14 febbraio 1956: si apre a Mosca il XX congresso del Partito Comunista Sovietico. Avrebbe dovuto essere - spiega lo storico Giovanni De Luna - un Congresso come tanti altri, rituale, enfatico, celebrativo, incomprensibile e impenetrabile come tutto quello che riguardava la nomenklatura sovietica. E invece fu una sorta di terremoto politico, un'assise drammatica nel corso della quale, proprio nel giorno della chiusura, il 25 febbraio, Nikita Kruscev denunciò con forza i guasti del “culto della personalità”, condannando i metodi dispotici e terroristici di Stalin. Nei paesi del blocco sovietico l’informazione trapelò nel linguaggio criptico dei notiziari ufficiali. Nel resoconto di Radio Praga ci fu un cauto accenno alla necessità "di mantenere i principi della direzione collettiva del partito e sviluppare la critica e l'autocritica". Fu invece una svolta drastica, vissuta con emozione e partecipazione in tutto il mondo. Quello che tutti sapevano ora era confermato ufficialmente dallo stesso regime sovietico. Stalin si era macchiato di crimini orrendi - il gulag, la deportazione, lo sterminio - che avevano soffocato un enorme paese nelle spire di un regime ottusamente burocratico e implacabilmente totalitario.
Al XX Congresso seguirono mutamenti significativi nella struttura politica e amministrativa dell’URSS: nel 1957, fu allontanata la vecchia guardia con l'espulsione dal Presidium di Malenkov, Molotov, Kaganovic, Scepilov, mentre vennero introdotte nuove misure per migliorare il tenore di vita generale e che investirono l'amministrazione economica, l'agricoltura e l'educazione.
Ma il sistema, quel sistema, si sarebbe rivelato non riformabile. E il 1956 appare oggi come la solenne anticipazione del crollo dell’impero sovietico con cui si sarebbe concluso il Novecento.

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