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Aldo Moro, memorie di un professore

La mattina del 16 marzo 1978, l’allora presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, viene rapito in via Mario Fani, a Roma, da un commando delle Brigate Rosse. Quello stesso giorno, i suoi carcerieri scrivono il primo comunicato che elenca le responsabilità politiche dello statista, annunciando l’inizio di un processo nei suoi confronti.

Sotto l’incalzare dell’interrogatorio, Moro rivive trent’anni della sua carriera politica, da una prospettiva dolorosa, ma che gli consente, al tempo stesso, di riordinare la sua esperienza e di analizzarla sotto una luce diversa, come annotò nel suo memoriale: “Debbo dire che, sotto la pressione di vari stimoli e soprattutto di una riflessione che richiamava ciascuno in se stesso, gli avvenimenti, spesso così tumultuosi della vita politica e sociale riprendevano il loro ritmo, il loro ordine e si presentavano più intelligibili. Ne derivava un’inquietudine difficile da placare e si faceva avanti la spinta di un riesame globale e sereno della propria esperienza, oltre che umana, sociale e politica”.

Il memoriale di Moro ci consente di ripercorrere i momenti più significativi della sua carriera politica, dalla Carta Costituzionale al compromesso storico. Attraverso le parole dello statista scomparso è possibile ricostruire le pagine più difficili e dolorose della storia della Repubblica italiana: la nascita del centro-sinistra, la crisi del governo Tambroni, le manovre del Sifar del 1964, il Sessantotto, la strage di piazza Fontana, la strategia della tensione, fino all’accordo con il PCI per la formazione di un governo di unità nazionale guidato da Andreotti.

Ne deriva un ritratto insolito dello statista democristiano, che pone al centro della sua esperienza di uomo politico la sua dimensione di professore universitario e di costituzionalista. Moro è stato il politico che più di tutti è stato consapevole della fragilità delle istituzioni democratiche del Paese e del pericolo rappresentato dalla maggioranza silenziosa degli italiani poco incline, negli anni della guerra fredda, a credere e a difendere i valori democratici. Per questa ragione ha investito le sue energie nel rafforzare la democrazia, credendo in una Costituzione antifascista, unico antidoto contro le possibili derive reazionarie, e nella promozione di questa, attraverso la formazione della cittadinanza di domani. In sintesi, pedagogia e antifascismo, sono stati i cardini della sua politica.

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