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 Miti, riti e storie di Roma

Miti, riti e storie di Roma

di Claudia Bonadonna Un po’ affabulatore, un po’ cantastorie, un po’ dicitore stralunato della Resistenza, della Fabbrica e delle fiabe di tradizione popolare. Incontriamo Ascanio Celestini all’Ambra Jovinelli, nel tempio dell’avanspettacolo che fu, oggi recuperato a nuova vita intellettuale. In cartellone c’è Radio Clandestina, il suo testo-spettacolo sull’eccidio delle Fosse Ardeatine e sull’occupazione nazista a Roma. La videointervista. D. Genealogia di Ascanio Celestini. Sul tuo sito racconti una lunga e romantica storia popolare, è tutto vero? Guarda e ascolta la risposta R. E’ tutto vero. I miei genitori sono romani, romani di due borgate: mio padre del Quadraro e mia madre di Tor Pignattara… non stanno molto lontane, una è sulla Tuscolana, l’altra sulla Casilina… I miei nonni no. Mio nonno paterno era proprio romano, di Trastevere. Faceva il carrettiere. Sua moglie invece era di Bedero, in Lombardia. Era quasi svizzera… E poi… e poi mio nonno materno era boscaiolo in Veneto, mentre sua moglie era di Anguillara Sabazia, sul lago di Bracciano… D. Quanto c’entra Roma e la “romanità” nella tua poetica? Guarda e ascolta la risposta R. Roma c’entra soprattutto attraverso gli argomenti che tratto nei miei spettacoli. Radio Clandestina, per esempio, racconta una storia tutta romana, completamente legata alla città. E anche se parlo di due giornate in particolare - il 23 e il 24 marzo del Quarantaquattro: il giorno dell’azione partigiana di via Rasella e il giorno dell’eccidio nazista alle Fosse Ardeatine - in realtà racconto Roma dalla fine dell’Ottocento fino agli anni Quaranta. Ma Roma c’entra anche per l’idea che c’è delle storie. Già perché, più che occuparmi della Storia, a me interessa occuparmi delle storie. Non tanto degli eventi così come sono realmente accaduti, ma della memoria che c’è attorno. E Roma è una città in cui di storie ce ne sono tante. Storie di viaggi, di spostamenti. Da un quartiere all’altro, da una borgata all’altra. Io abito a Morena, per esempio, che sta un po’ fuori del Raccordo Anulare, più o meno dove adesso c’è l’Ikea, e per arrivare qui, all’Ambra Jovinelli, ci metto quaranta minuti di motorino. In qualche modo è un viaggio anche questo... Le storie che raccontava mio padre di quando era ragazzino erano storie di viaggi: andare a lavorare dal Quadraro a San Lorenzo a piedi... E’ questo il fascino di sempre delle storie che ho raccolto a Roma. D. Storie come poetica del racconto e storie come tradizione familiare, dunque… Guarda e ascolta la risposta R. Mia nonna e mio padre erano i narratori di famiglia. Mio padre raccontava soprattutto storie legate alla seconda guerra mondiale, mia nonna invece aveva tutto un repertorio di racconti di streghe. In famiglia si raccontava che il nonno o il bisnonno di mia nonna aveva catturato una strega e lei, per farsi liberare, gli aveva promesso di salvarlo dalle fatture per sette generazioni. Ora il problema è il conto di queste generazioni. Nonno o bisnonno? Questo valore salvifico arriverà fino ai miei nipoti o si fermerà ai miei figli …? Questa e molte altre storie sono state tramandate all’interno del ramo materno della mia famiglia, una famiglia di contadini, lì, ad Anguillara Sabazia… Mia nonna era la seconda di quattro sorelle. La più grande si chiamava Fenisia ed era quella che faceva e toglieva le fatture, il malocchio, curava con l’imposizione delle mani… Alla sorella più piccola, mia nonna appunto, toccava invece il compito della memoria, del racconto… Ed era brava, al punto che nessuno si chiedeva più se le sue storie fossero vere o finte. La cosa importante era che fossero raccontate. D. Tra le molte forme di rappresentazione scenica perché hai scelto proprio il testo-spettacolo? Guarda e ascolta la risposta R. Perché mi affascina il racconto orale. Perché è… orale! perché non è di un autore, non è di nessuno ed è di tutti. Chi racconta una storia non la inventa, non la crea come può fare uno scrittore davanti alla pagina bianca. Semmai chi racconta sceglie, sceglie tra le tante possibilità della narrazione. E non dev’essere necessariamente uno che lo fa di mestiere. Il racconto orale appartiene a tutti. Tutti siamo in grado di raccontare quello che abbiamo mangiato a pranzo, di cavare un qualche aneddoto dalla storia della nostra vita. Il linguaggio dell’oralità è povero. Ma non nel senso che è semplice o semplificato o fin troppo facile da comunicare. E’ povero perché è alla portata di tutti. E questa è la sua magia e la sua forza. D. Come strutturi i tuoi testi? Quanto c’è di costruito e quanto di de-costruito nella tua messinscena? Guarda e ascolta la risposta R. Dietro ogni spettacolo c’è molto lavoro di ricerca e pochissimo lavoro teatrale. Ho cominciato a raccogliere materiale per Radio Clandestina nel Novantasette, Novantotto, per arrivare al debutto dello spettacolo solo nel Duemila. Molta parte del testo è stata costruita su un altro lavoro di ricerca fatto non da me, ma da Alessandro Portelli per il suo libro L’ordine è già stato eseguito. Lui ha raccolto le storie di circa duecento persone... Uno spettacolo come Fabbrica nasce da due anni di ricerche e un numero infinito di registrazioni di operai, contadini, minatori, mondine, filandere… Dunque il grosso del mio lavoro è prima dello spettacolo, è un lavoro di ricerca di fonti e materiali. Poi, realmente, come lavoro teatrale in senso stretto, c’è pochissimo. Per Fabbrica - che pure mi è costato due anni di ricerche, che è fuori da un anno, che nel frattempo è diventato un libro, che mi ha fruttato laboratori e lavori sul tema del lavoro - credo di aver fatto sì e no due giorni di prove. Perché la costruzione dello spettacolo per me non è legata tanto alle prove, al lavoro in studio, ma è principalmente un lavoro di esperienza personale. Per me è fondamentale ascoltare persone e raccogliere materiale. La storia che racconterò alla fine sarà come… come raccontare quello che hai mangiato a pranzo. Non ci devi pensare sopra, il lavoro grosso è mangiare. Ri-raccontare quello che hai mangiato è la parte più facile…

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